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Libro bianco del tabacco

Fumo: la pubblicità dilaga, inutili le multe

“Ogni anno in Italia il fumo uccide circa 90 mila persone, l’equivalente di trenta attacchi alle torri gemelle di New York, ma questo non impedisce la costante violazione della legislazione che ne vieta la pubblicità”. È la denuncia del presidente del Codacons, Marco Ramadori, avvocato, esperto di diritto della salute e da anni impegnato in azioni giudiziarie contro i danni causati dal fumo. Per avere un esempio, spiega Ramadori, “basta dare un’occhiata alle foto pubblicate sul Messaggero di lunedì a pagina 25”. Le immagini, come del resto quelle pubblicate dalla quasi totalità dei giornali, evocano il duello tra Valentino Rossi e Loris Capirossi che ha infiammato il gran premio della Malaysia di domenica scorsa ma soprattutto presentano senza veli i loghi di Marlboro e Camel, che campeggiano sulle moto e le tute dei due antagonisti. Sono foto che – affonda il presidente del Codacons –, oltre a rivelare come anche il motomondiale, e non solo la Formula Uno, venga disputato con l’unico scopo di pubblicizzare sigarette, costituiscono una palese violazione del decreto legislativo 300/04 da parte del quotidiano romano”. Questa legge, che all’articolo due vieta la pubblicità diretta e indiretta a mezzo stampa e nei servizi della società dell’informazione, è forse la più vulnerabile tra quelle emanate in Italia per limitare le conseguenze nocive sulla salute dei fumatori, attivi e passivi. “Il problema principale – sottolinea il presidente del Codacons al VELINO – è che la sanzione massima di 25 mila euro per i trasgressori è troppo bassa. Spesso, infatti, il denaro esce direttamente dalle casse miliardarie, in euro, delle multinazionali del tabacco, come forma di ringraziamento alle testate per un passaggio pubblicitario non sempre involontario”.

A conferma dell’inefficacia del decreto c’è il procedimento di infrazione avviato nell’aprile scorso dalla Unione Europea contro l’Italia “per non aver ancora adeguato completamente alla direttiva 2003/03/CE la normativa che vieta la pubblicità ai prodotti da fumo”. “Il miglioramento della legge – sottolinea Ramadori – dovrebbe avvenire a partire da un inasprimento della sanzione, in modo tale che faccia ben più che il solletico ai trasgressori. E il governo dovrebbe agire nella maniera più incisiva possibile, anche perché in questi casi di mezzo ci vanno i più giovani. Sono loro, infatti, l’obiettivo del marketing pubblicitario visto che usa come testimonial certi campioni sportivi, quelli cioè che fanno più presa proprio tra gli adolescenti”. E il motivo della scelta, conclude l’avvocato del Codacons, “è semplice. Ogni anno le multinazionali del tabacco devono sostituire i 90 mila clienti persi per malattie connesse al fumo. E per un commerciante nessuno è più appetibile di chi, oltre allo spiccato gusto per la trasgressione, ha il pregio di garantire molti anni di consumo”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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