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Libro bianco del tabacco

Contrabbando, multinazionali del tabacco a rischio sentenza-mazzata

Alcuni tra i maggiori produttori di tabacco del mondo, accusati dalla Commissione europea di aver gestito un enorme traffico illegale di sigarette dagli Stati Uniti verso l’Europa, rischiano l’avvio di un’azione giudiziaria da parte dell’Unione europea davanti ai tribunali americani che potrebbe rivelarsi devastante sia sul piano penale per i massimi responsabili delle società coinvolte (Philip Morris International, Inc., R.J., R.J. Reynolds Tobacco Holdings, Inc., RJR Acquisition Corp., R.J. Reynolds Tobacco Company, R.J. Reynolds Tobacco International Inc. e Japan Tobacco Inc.) sia sul piano civile in termini di risarcimento danni. Martedì 12 settembre alle 9,30 la Corte di giustizia europea del Lussemburgo emetterà il suo verdetto sul ricorso presentato dalle multinazionali contro la sentenza del Tribunale di primo grado, che ha dichiarato irricevibili le loro proteste contro la decisione della Commissione.

La sentenza della Corte riguarderà anche l’interpretazione dell’art. 230 CE nonché della giurisprudenza della Corte e gli effetti giuridici della decisione della Commissione di avviare un’azione giurisdizionale civile dinanzi a un giudice di un paese terzo. Questi i fatti, secondo quanto riportato dal bollettino della Curia europea nel sito http://www.curia.europa.eu: “Il 19 luglio 2000, nell’ambito della lotta contro il contrabbando di sigarette destinate alla Comunità, la Commissione approvò la proposizione di un’azione civile negli Stati Uniti diretta contro alcune imprese americane produttrici di tabacco. Essa decise d’informarne gli stati membri ed autorizzò il proprio presidente, nonché uno dei suoi membri, a dare istruzioni al servizio giuridico per l’adozione dei necessari provvedimenti. Il 3 novembre 2000 la Commissione, a nome della Comunità europea e degli stati membri, che legittimamente rappresentava, ha proposto, secondo le forme di legge, un’azione dinanzi alla United States District Court, Eastern District of New York”.

Secondo la Commissione, “le imprese produttrici di tabacco erano coinvolte in un sistema di contrabbando per l’introduzione e la distribuzione di sigarette nella Comunità” e per questo “ha richiesto il risarcimento del danno derivante dalla perdita dei dazi doganali e dell’IVA”. La District Court ha respinto tale azione. Il 25 luglio 2001 la Commissione ha approvato “la proposizione di una nuova azione civile negli Stati Uniti da parte della Comunità e di almeno uno stato membro contro gli stessi produttori di sigarette. Essa ha nuovamente autorizzato il proprio presidente ed un suo membro ad impartire al servizio giuridico le istruzioni per adottare i necessari provvedimenti. Di conseguenza, la Commissione, a nome della Comunità e degli stati membri che era autorizzata a rappresentare, e dieci stati membri hanno proposto altre due azioni dinanzi alla District Court, una nell’agosto 2001 ed una nel gennaio 2002. Ancora una volta tali azioni sono state respinte. Alla fine del 2000 e nel 2001, le imprese produttrici di tabacco hanno presentato ricorsi dinanzi al Tribunale di primo grado, chiedendo l’annullamento della decisione della Commissione di approvare la proposizione di un’azione contro di loro negli Stati Uniti. La Commissione, sostenuta dal Parlamento e da nove Stati membri, ha affermato che la decisione di proporre un’azione non era un atto impugnabile ai sensi del quarto comma dell’art. 230 CE. Il Tribunale di primo grado ha condiviso tale orientamento ed ha dichiarato il ricorso irricevibile con sentenza 15 gennaio 2003, al che le imprese produttrici di tabacco hanno fatto valere cinque motivi di impugnazione: errata interpretazione dell’art. 230 CE, per il fatto che le decisioni impugnate e la proposizione di azioni civili negli Stati Uniti non siano state considerate idonee a produrre effetti giuridici; violazione del diritto fondamentale ad una tutela giurisdizionale effettiva; errata applicazione ed interpretazione della giurisprudenza per quanto riguarda l’impugnabilità di un provvedimento manifestamente illegittimo e violazione dell’art. 292 CE”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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