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Libro bianco del tabacco

Tabacco, ex ministro Sirchia denuncia l’attivismo delle lobby

“Le multinazionali del tabacco e i loro accoliti sono di nuovo all’attacco, la legge che tutela la salute dei non fumatori costituisce una seria e continua minaccia per i loro interessi economici”. Punta dritto al bersaglio il professor Girolamo Sirchia, ministro della Sanità nella precedente legislatura fino all’aprile del 2005 e padre della legge 3/2003, meglio conosciuta come legge Sirchia contro il fumo nei luoghi pubblici e negli uffici. “I grossi produttori di sigarette – rivela l’ex ministro al VELINO – stanno approfittando di un abbassamento della guardia delle istituzioni, iniziato sin dai tempi del mio successore alla Sanità, Francesco Storace. E, forti di un enorme potere economico che gli permette di schierare un esercito di associazioni private e giornalisti, vogliono insinuare nell’opinione pubblica il sospetto che la legge sia proibizionista e liberticida quando invece, oltre a tutelare la salute dei cittadini, rispetta i diritti di tutti, fumatori e non”.

Tra i destinatari delle parole del professore ci sono anche i due articoli a pagina 20 del Corriere della Sera del 5 settembre scorso. In uno si parla della compagnia aerea Smintair “interamente dedicata a chi non sa rinunciare alla sigaretta”; nel secondo c’è un’intervista al presidente dell’Assofumatori, Giuliano Bianucci, che nel gennaio 2005 ha raccolto 50 mila firme a sostegno della proposta di legge per “provare a cambiare la legge Sirchia”. “La vogliono cambiare perché si sono accorti che continua a funzionare – chiosa l’ex ministro della Sanità –, credevano che, essendosi allentati i controlli e le ispezioni, un fatto che ha coinciso con dichiarazioni di Storace che fecero pensare alla sua intenzione di modificare la legge, la gente avrebbe ripreso tranquillamente a fumare in barba ai divieti”. E invece, a quanto pare così non è stato. Al punto che la Sirchia sta facendo scuola in tutta Europa, anche in paesi come Spagna, Francia e Lussemburgo, dove la percentuale di fumatori sulla popolazione è più alta di quella italiana. )

“Nelle scorse settimane – racconta Sirchia al VELINO – ho incontrato il presidente dell’Assemblea nazionale francese, M. Jean-Louis Debré. È venuto in Italia con una delegazione per studiare la nostra legge in vista del loro dibattito parlamentare sulla tutela dei fumatori passivi, che comincerà nei prossimi giorni. Mi chiedevano anzitutto come fosse possibile che gli italiani la rispettassero e, secondo, quale fosse il modo per farla rispettare. Gli ho risposto che il segreto è tutto nella consapevolezza di aver pensato una buona legge. Infatti, da parte nostra, al momento della stesura non ci fu alcun timore di un insuccesso. Confidavamo sulla capacità di comprensione degli italiani riguardo l’importanza di un passo del genere dal punto di vista sanitario.

Un’intuizione che venne confermata da sondaggi commissionati durante il periodo di preparazione del testo. Inoltre, al contrario di quanto dissero e dicono le lobby del tabacco, la legge non è proibizionista, ma di garanzia e rispetto di tutti i cittadini. E infatti è passata in Parlamento perché non limita la libertà di alcuno. Chi vuole fumare lo può fare nei luoghi deputati, chi non vuole fumare è finalmente libero di non subire la sigaretta altrui. È questo che ci ha permesso di ottenere il consenso popolare evidente da quando la legge è in vigore”. Quindi, affonda Sirchia, “la polemica dei signori del tabacco è fuori luogo, è chiaro che loro non hanno gradito questa impostazione, ma la legge non impedisce nulla a nessuno”.

Ora, secondo l’ex ministro, proprio per non vanificare i buoni risultati registrati da quando la Sirchia è in vigore, dati che parlano di oltre 500 mila italiani che hanno abbandonato il vizio del fumo dal gennaio 2005, è il momento di consolidare gli argini a tutela della salute dei fumatori. “Secondo gli obiettivi del mio ministero – sottolinea il professore – la promulgazione della legge non era che il primo di tre passaggi che avevano come obiettivo la difesa della salute pubblica. Ma, dopo le mie dimissioni, gli altri due percorsi – la campagna pubblica contro l’iniziazione al fumo dei giovanissimi e il sostegno gratuito da parte dello Stato a chi vuole smettere di fumare, anche con incentivi del datore di lavoro – non sono stati portati avanti da chi mi è subentrato. Al punto che non se ne è più avuta notizia”. (segue)

Secondo Sirchia una svolta può arrivare dal nuovo ministro della Sanità, Livia Turco. “Ho avuto modo di parlare con il ministro proprio dell’aspetto prevenzione e controllo – racconta il professore -, e lei è stata molto chiara: intende assolutamente riorganizzare un serio sistema di sostegno alla legge”. E, conclude l’ex ministro della Sanità, “il mio parere è che questo intervento debba avvenire in tempi brevi, perché, anche se la pressione delle lobby del tabacco non è più ai livelli di quando cominciammo a lavorare al testo della legge, non vanno sottovalutati i segnali che arrivano da articoli come quelli del Corriere. Inoltre, spuntare l’arma posta a difesa degli enormi interessi economici in ballo, favorendo il progresso della normativa contro il fumo, sarebbe un forte segnale delle istituzioni verso tutti coloro che rispettano il divieto di fumare nei luoghi pubblici anche senza essere controllati. Un comportamento che dimostra quanto il senso civico degli italiani sia più sviluppato dell’interesse di chi non si perita di farli ammalare usando ogni mezzo pur di vendere più sigarette”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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