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Libro bianco del tabacco

Tabacco, l’Italia rischia un multa UE

L’Italia rischia di pagare una multa milionaria alla Commissione europea per aver favorito l’attività dei grossi produttori di tabacco. Il Governo, infatti, non ha ancora risposto al parere motivato di Bruxelles espresso contro l’introduzione di soglie minime (per altro molto elevate) al prezzo dei pacchetti di sigarette. Una prassi questa, che viola la Direttiva Ue sulla concorrenza, poiché riduce la differenza tra sigarette meno care e quelle più costose. Il tutto si traduce in una posizione di vantaggio per i produttori delle marche più note perché ogni consumatore, di fronte alla possibilità di spendere pochi centesimi in più, sceglie sempre un prodotto di qualità. Anche se normalmente la Commissione permette agli Stati membri di attivarsi per adeguare la propria legislazione entro due mesi dalla formulazione del parere motivato, che nel caso specifico è del 19 luglio scorso, ancora non è chiaro se e quando il governo italiano intende rispondere a Bruxelles. Ma è proprio tale impostazione ad aumentare il rischio che il nostro governo dia una risposta insoddisfacente alla Commissione Ue e quindi che incappi nella multa. Il commissario europeo per la Fiscalità Laszlo Kovacs è stato molto chiaro sin dall’inizio della vicenda. Il 18 aprile scorso Kovacs, nell’annunciare la messa in mora dell’Italia, spiegò infatti che, se un paese membro vuole dissuadere i fumatori tramite l’aumento dei prezzi delle sigarette, può stabilire accise più alte. Una prassi, questa, che trova anche il sostegno di studi pubblicati tra il 1999 e il 2001 dalla Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale della sanità.
Secondo le due istituzioni internazionali, aumentando al massimo grado le accise sul costo del pacchetto di sigarette, i governi possono ottenere il duplice risultato di ridurre il fumo senza penalizzare eccessivamente le entrate fiscali. Queste, infatti, sarebbero garantite dallo zoccolo duro dei fumatori incalliti. È anche alla luce di tali considerazioni che tutta la vicenda dei prezzi minimi, da qualsiasi angolazione la si prenda, rischia di apparire come una concessione dello Stato alla Philip Morris e alla British American Tobacco, le due grosse imprese private che controllano oltre il 90 per cento del mercato italiano del tabacco, l’ottavo del mondo per produzione e vendita. Ed è forse qui la chiave per comprendere come il Governo si comporterà di in sede di Commissione Ue. Se prevarranno certi compromessi l’Italia ignorerà le pressioni di Bruxelles e finirà di fronte alla Corte di giustizia. Se, si spera, sarà data priorità alla salute dei cittadini, il Governo si risparmierà una multa e una pessima figura.
“L’iter – ha dichiarato al VELINO il vice presidente Ds della commissione Finanze della Camera Francesco Tolotti – è lungo e fino ad ora nessuna sanzione è stata pagata. Ciò non toglie che si stiano valutando varie ipotesi di risposta da fornire a Bruxelles”. Fatto sta che è molto probabile che dopo il 19 settembre la Commissione europea sceglierà di adire la Corte di giustizia europea e, in caso di condanna, l’Italia sarà costretta a pagare oltre 100 mila euro di multa per ogni giorno di ritardo nell’adeguarsi alla Direttiva. “Non siamo gli unici in questa posizione”, ha minimizzato Tolotti. “Anzi, forse, la nostra è quella meno scomoda. La Francia, ad esempio, è molto più in difficoltà di noi e contiamo di avere buone carte da giocare puntando sulla necessità di mantenere alti i prezzi minimi del pacchetto di sigarette per motivazioni di ordine sanitario”. Questa strategia, ha precisato il deputato Ds, “riduce la possibilità di acquisto per una grossa fetta di consumatori abituali di prodotti da fumo, quelli con redditi medio bassi e i giovani, a tutto vantaggio per la loro salute”.
L’Italia rischia di pagare una multa milionaria alla Commissione europea per aver favorito l’attività dei grossi produttori di tabacco. Il Governo, infatti, non ha ancora risposto al parere motivato di Bruxelles espresso contro l’introduzione di soglie minime (per altro molto elevate) al prezzo dei pacchetti di sigarette. Una prassi questa, che viola la Direttiva Ue sulla concorrenza, poiché riduce la differenza tra sigarette meno care e quelle più costose. Il tutto si traduce in una posizione di vantaggio per i produttori delle marche più note perché ogni consumatore, di fronte alla possibilità di spendere pochi centesimi in più, sceglie sempre un prodotto di qualità. Anche se normalmente la Commissione permette agli Stati membri di attivarsi per adeguare la propria legislazione entro due mesi dalla formulazione del parere motivato, che nel caso specifico è del 19 luglio scorso, ancora non è chiaro se e quando il governo italiano intende rispondere a Bruxelles.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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