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Tifo fascio

Storie di destra e di affari. E ora spunta la Cisco Roma, nuova squadra del camerata Di Canio
di Federico Tulli

Possibile che un’amministrazione comunale di centrosinistra si metta a fare affari con una società calcistica che ingaggia un calciatore famoso in tutto il mondo per il saluto fascista? La pubblicità campeggia sui bus della Trambus e nelle metropolitane di Met.Ro, municipalizzate del Comune di Roma, ed è di Paolo Di Canio il volto teso che spicca dal fondo nero dei cartelloni che hanno invaso la capitale. Missione dell’ex idolo della tifoseria laziale è quella di convincere quanta più gente possibile ad abbonarsi per assistere alle partite della sua nuova squadra, la Cisco Roma. Già, perché Di Canio, giunto a fine contratto con la Lazio, non ha ricevuto alcuna proposta dal presidente Claudio Lotito. Una mossa impensabile fino a poco tempo fa, ma che rientra, secondo i rumors che provengono dall’ambiente della tifoseria capitolina, nelle dinamiche di una lotta interna alla destra romana per raggiungere o mantenere il controllo politico ed economico della società biancoceleste. E, se si pensa che Di Canio è ancora legatissimo agli Irriducibili, gli ultras laziali, tanto che molti dicono che l’invito ad abbonarsi alla Cisco sia rivolto proprio a loro, e che questa squadra è di proprietà di Piero Tulli, l’imprenditore che contese sino all’ultimo l’acquisto della Lazio nel 2004 proprio a Lotito, non è azzardato aspettarsi clamorosi sviluppi. Per ora di concreto c’è la tensione che ha finito per coinvolgere anche le istituzioni e che richiede tutta l’abilità di mediatore di Veltroni.

La storia ha inizio a cavallo tra il 2002 e il 2003 con la scoperta dell’ingente buco nel bilancio della Società Sportiva Lazio: si parlò di circa 600 milioni di euro di debiti lasciati da Sergio Cragnotti dopo le sue dimissioni in seguito al crack Cirio. Dopo circa un anno di gestione straordinaria, un’operazione sponsorizzata dall’allora presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, trasformò Claudio Lotito da imprenditore poco noto fuori del raccordo anulare in azionista di maggioranza della più antica società capitolina. L’acquisto passò per la trasformazione dei crediti, che Lotito vantava con la Regione, nel 29,9 per cento di azioni della Lazio. Ma ebbe notevole peso anche la possibilità, caldeggiata dal neo azionista di maggioranza, di trasformare alcuni suoi terreni improduttivi in un’immensa area edificabile da costruire intorno ad «uno stadio tutto laziale, lo Stadio delle Aquile». «Storace non fu l’unico a spingere per la successione di Lotito a Cragnotti – racconta Silvio Di Francia, responsabile del coordinamento della maggioranza al Comune di Roma -, anche gli Irriducibili lo considerarono come la migliore soluzione». Gli appartenenti al gruppo romano sono lo zoccolo duro della tifoseria organizzata laziale e sin dalla fondazione, avvenuta a fine anni Ottanta, sono funzionali alla ramificazione della destra giovanile romana sul territorio. Negli anni, in seguito a infiltrazioni di personaggi che avevano militato in passato anche in organizzazioni extraparlamentari, sono aumentati i segnali con i quali gli ultrà laziali hanno definito la propria identità di appartenenza. E la curva laziale ha esibito via via striscioni inneggianti alla “tigre Arkan”, il criminale di guerra serbo, bandiere con svastiche e croci celtiche, cori nostalgici, dedicati anche a “Lotito, nuovo duce”, per finire con l’enorme manifesto esposto durante Lazio-Livorno dell’aprile 2005 recante la scritta “Roma è fascista”. Per non dire della risposta ai saluti romani di Di Canio alla fine di alcune partite. Fatti macroscopici che rendono ancora più difficile da comprendere la “leggerezza” con cui è stata concessa l’autorizzazione dal Campidoglio per una manifestazione organizzata dagli ultras «in difesa della Società Sportiva Lazio dalle vicende di calciopoli» il 21 luglio scorso, culminata in un incontro col sindaco Veltroni. «Il Comune ha fatto benissimo a permettere agli Irriducibili di esprimere il loro sostegno alla squadra in un momento difficile come quello – commenta Di Francia -, d’altronde è la politica che si segue con la maggior parte dei movimenti giovanili. L’accusa di leggerezza, o peggio ancora di cecità, è la stessa che abbiamo dovuto respingere quando sono stati i centri sociali di sinistra a sfilare per le vie cittadine». Secondo l’amministrazione comunale, il fenomeno che coinvolge la curva laziale, Di Canio e la società, ha radici complesse e la comprensione passa attraverso il confronto con tutte le parti coinvolte, ma anche per un’analisi completa dei fatti. «Tutto si è complicato per la forte ingerenza di certa politica sin dalla genesi della gestione Lotito», spiega Di Francia.

La sponsorizzazione di Storace ha messo il marchio su un’operazione di acquisto nella quale gli Irriducibili hanno avuto il duplice ruolo di sostenitori e di conquistati. Già, perché non si può sottovalutare, oltre all’affinità politica, anche l’abile mossa di Lotito nel riportare a Roma, dopo quasi venti anni, un loro idolo, non solo sportivo, come Di Canio. «È da situazioni come questa – affonda Di Francia -, con certa politica che entra pesantemente negli affari del calcio, che nascono le ambiguità che poi si trasformano in problemi seri. La politica deve aiutare il calcio come espressione sociale, come patrimonio della città, ma astenersi dal diventare protagonista. La riprova è che oggi la Lazio nel mondo viene vista come squadra fascista, il che la riduce a società marginale». Un danno grave del quale, dunque, non si può incolpare esclusivamente una frangia della tifoseria, anche se è la più in vista. Pure Lotito è ingranaggio di un sistema che fa acqua da tutte le parti. «Questa cosa va certamente risolta – commenta Di Francia -, quando una parte della tifoseria dichiara che la Lazio è una squadra di estrema destra, la toglie a chiunque non sia d’accordo, e questo è inaccettabile». Ma anche qui, secondo il coordinatore della maggioranza capitolina, è utile non fermarsi a una lettura superficiale dei fatti per trovare la chiave di volta. Dopo l’episodio dello striscione “Roma è fascista”, un gruppo di tifosi vip organizzò una campagna di invito alla moderazione dei toni alla quale aderirono migliaia di persone. L’incontro con i dirigenti della Lazio fu quello che finì peggio. «Sembrava un dialogo tra sordi – commenta con amarezza Di Francia -, Lotito minimizzò l’accaduto e ci congedò trincerandosi dietro un: “Questi mi fanno casini, e comunque io condanno tutte le espressioni politiche. Esporre una svastica è passare il segno e non va tollerato mai”».

Alzo zero verso degenerazioni estremistiche, ma senza rinunciare a creare le basi per un dialogo con ogni protagonista per diffondere nel mondo un’immagine di calcio pulito. «Bisogna sempre trattare per evitare il peggio – conclude Di Francia -, altrimenti dovremmo dare ragione a Gianni Alemanno, l’ultimo candidato sindaco di Alleanza nazionale, che dell’intolleranza verso l’estremismo dei centri sociali aveva fatto una bandiera della sua campagna elettorale. Ma autorizzare non significa condividere e i muscoli si presentano solo quando le cose passano il segno, non a prescindere».

Left 34/2006

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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