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Libro bianco del tabacco

“Grazie se fumi”? Una pubblicità delle sigarette

“È più che legittimo sospettare che dietro al tam tam pubblicitario che circonda il film Thank you for smoking, vi sia l’abile regia di qualche superproduttore di sigarette”, dice al VELINO la deputata dei verdi Tana de Zulueta. “Varrebbe la pena di indagare sui canali di diffusione del film, perché sembra una perfetta operazione di marketing”. La pellicola, che arriva domani nelle sale italiane col titolo “Grazie se fumi” dopo aver spopolato al Sundance festival e al Toronto film festival, è costata solo sette milioni di dollari e questo mal si combina con il battage pubblicitario che ne ha decretato il successo prima ancora di sbarcare in Europa. Al punto che, pur presentata come prodotto del cinema indipendente americano e feroce attacco allo strapotere delle multinazionali del tabacco, si è fatto sempre più largo il sospetto che di indipendente vi sia ben poco e che il film non sia altro che un enorme spot a favore del fumo. Se così fosse sarebbe un fatto grave, soprattutto in Italia, visto che la nostra normativa in materia di lotta antifumo è sotto inchiesta presso l’Unione europea per non essere stata adeguata alla direttiva 2003/03/CE nel punto in cui vieta proprio la pubblicità diretta e indiretta alle sigarette. E dire che, con l’entrata in vigore della legge Sirchia nel 2005 e l’applicazione del divieto di fumo nei luoghi pubblici si era fatto un enorme passo avanti verso la limitazione dei danni che la nicotina contenuta nel tabacco provoca alla salute dei fumatori attivi e passivi. “Per un breve periodo siamo stati al passo con l’Europa nella lotta al fumo – commenta la deputata dei verdi – ma poi, dopo le dimissioni del ministro della Salute, Girolamo Sirchia, tutto si è improvvisamente arenato”.

La lobby pubblicitaria è molto potente, sottolinea De Zulueta al VELINO, “ed è per questo che è lecito pensare che, dopo il buon avvio di una effettiva lotta contro il fumo, ora l’Italia sembra essersi fermata, al punto di finire multata per aver ignorato il divieto di mostrare in televisione le sponsorizzazioni di note marche di sigarette incollate sui bolidi di Formula uno”. In Europa non è solo l’Italia a dover fare i conti con gli interessi che girano intorno agli incassi pubblicitari derivanti da campagne a favore del fumo. E il fenomeno ha radici profonde. “In gran Bretagna – fa notare De Zulueta – il primo governo Blair ha rischiato seriamente di cadere sul nascere nel 1997, quando un’inchiesta dell’Economist svelò che, in cambio di un finanziamento di un milione di sterline alla campagna elettorale del New Labour, ricevuto direttamente dal patron della Formula uno, Bernie Ecclestone, Tony Blair esentò le corse automobilistiche dal bando della pubblicità alle sigarette”. Fu uno scandalo enorme, se si pensa che proprio facendo leva sui sospetti di corruzione del governo del suo predecessore, il conservatore John Major, Blair vinse quelle elezioni. Ma fu anche uno scandalo di breve durata, tanto che, pur essendo stati scoperti a mentire alla stampa, sia Blair che il suo braccio destro Gordon Brown uscirono praticamente indenni da quella vicenda. E questo non fece che aumentare la percezione dello strapotere delle lobby pubblicitarie, specie quando legate a filo doppio con quelle del tabacco. Tornando ai giorni nostri, a sottolineare quanto questo potere sia ramificato, va sottolineato il segnale che giunge anche dalla Germania. “Lì devono addirittura ancora arrivare ad approvare il divieto di fumo nei locali pubblici”, chiosa De Zulueta. “E la grossa fatica che si sta facendo per ottenere una legge adeguata, ha un’unica fonte: la pressione della lobby pubblicitaria sui parlamentari”.

(il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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