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Libro bianco del tabacco

Fumo: Pubblicità vietata, l’Italia deve oscurare la Formula 1

I telespettatori italiani rischiano a partire dalla fine del settembre prossimo di non vedere più i gran premi di automobilismo, Michael Schumacher e la Ferrari se il governo ottempererà, come deve, alla Direttiva europea sulla pubblicità delle sigarette, che prevede la abolizione di qualsiasi simbolo riconducibile a prodotti da fumo. La mancata adesione alla direttiva europea costerebbe all’Italia un deferimento davanti alla Corte di giustizia europea. Tutto è cominciato nell’aprile scorso quando Bruxelles ha annunciato di aver avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per ”non aver adeguato correttamente l’ordinamento nazionale alla direttiva 2003/33/CE sulla pubblicità e le sponsorizzazioni dei prodotti di tabacco”. Come previsto dalla procedura comunitaria, non avendo ricevuto alcuna risposta alla lettera di messa in mora nei due mesi di tempo concessi dalle norme comunitarie agli stati membri, all’inizio di agosto la Commissione è passata alla seconda fase dell’iter inviando un ‘parere motivato’ al governo italiano. È l’ultima tappa prima del deferimento del nostro paese alla Corte di giustizia europea.

La 2003/33/CE sulla pubblicità dei prodotti del tabacco vieta la pubblicità del tabacco sulla carta stampata, alla radio o su internet e la Commissione ha riscontrato che l’Italia non si è ancora adeguata al divieto della sponsorizzazione di eventi che si svolgono esclusivamente sul territorio italiano. Sotto accusa è l’inefficacia del Decreto ministeriale 425 del 1991 che “vieta la pubblicità televisiva delle sigarette e di qualunque altro prodotto del tabacco, anche se effettuata in maniera indiretta mediante nomi, marchi o simboli di aziende produttrici”. È noto che le multinazionali del tabacco hanno sempre trovato forme di pubblicità alternativa che gli garantivano visibilità pur in presenza di leggi restrittive. I casi più eclatanti riguardano la sponsorizzazione di manifestazioni sportive, a cominciare dai gran premi di Formula uno. Secondo la legge italiana i marchi delle sigarette pubblicizzati sui bolidi devono essere coperti o sostituiti, ma il Gran premio è una manifestazione mondiale e non sempre nei paesi in cui si corre sono previsti gli stessi limiti legislativi. Pertanto in quelle occasioni i marchi compaiono sui nostri teleschermi un po’ ovunque e le limitazioni italiane, proprio per questo considerate blande da Bruxelles, perdono di senso.

Analoga procedura la Commissione Ue ha aperto contro l’Italia “per aver imposto prezzi minimi al pacchetto di sigarette”. Secondo la Commissione l’imposizione di tale minimo ha un effetto distorsivo sulla concorrenza e avvantaggia i produttori di sigarette “salvaguardando” i loro margini di profitto. A tale proposito c’è anche la precisa presa di posizione della Corte di giustizia europea: “I prezzi minimi non risultano necessari, visto che l’obiettivo di scoraggiare i fumatori si può raggiungere aumentando la tassazione”. Una tesi che trova riscontro nel parere dell’Organizzazione mondiale della sanità e negli studi pubblicati dalla Banca mondiale sin dal 1999. Ulteriore conferma è nei risultati pubblicati di recente dal ministero della Sanità francese, secondo i quali nel quadriennio 1999-2003 i fumatori d’oltralpe sono diminuiti del 12 per cento proprio per via dell’aliquota dell’80 per cento sul costo delle sigarette, la più alta di Eurolandia. L’impegno di Bruxelles contro le conseguenze nocive per la salute dei fumatori è sottolineato anche nelle parole con cui il commissario responsabile della Salute e della protezione dei consumatori, Markos Kyprianou, aveva annunciato la procedura d’infrazione contro l’Italia per aver disatteso la direttiva in materia di pubblicità ai prodotti da fumo. “La direttiva sulla pubblicità dei prodotti del tabacco – ha detto Kyprianou – è una delle colonne portanti della lotta contro il tabagismo, se si smette di rendere il tabacco interessante attraverso la pubblicità e le sponsorizzazioni sarà possibile ridurre il numero dei fumatori o delle persone che sono indotte a diventarlo”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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