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Libro bianco del tabacco

Contrabbando, Gdf: “Italia crocevia delle bionde contraffatte, ”

“L’Italia non è più un mercato di consumo importante di sigarette di contrabbando, ma è divenuta un paese di transito verso l’Europa centro settentrionale”. Sono le parole con cui il colonnello Fabrizio Cuneo, comandante provinciale della Guardia di finanza di Ancona, descrive al VELINO la nuova realtà del traffico illegale di bionde, ormai parzialmente imperniato anche sulla contraffazione delle sigarette con i rischi per la salute che si possono immaginare e che aggravano la già devastante pericolosità del tabacco di qualità. Racconta Cuneo:“La prima vera svolta si è avuta in seguito al successo dell’operazione Primavera in Puglia nel 2000”. Fino ad allora le coste pugliesi erano palcoscenico quotidiano di sbarchi di carichi clandestini di prodotti da fumo, ma anche di armi e droga, provenienti dal Montenegro e dall’Albania. Grazie all’attività combinata dei baschi verdi della Finanza e di personale delle altre Forze di Polizia venne stroncato il traffico. A rendere ancora più significativo il successo delle forze dell’ordine fu la scoperta che l’attività illegale – come denunciò il 6 marzo 2001 la Commissione parlamentare antimafia nella “Relazione sul fenomeno criminale del contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia e in Europa” – “era organizzata e gestita dagli stessi produttori”, i quali, operando anche legalmente, “sono in rapporti economici e di affari con gli Stati”, a cominciare da “Philip Morris e Reynolds che da sole detengono una fetta consistente del mercato”.

“Dal 2001 e fino al 2004 – prosegue il comandante provinciale della Guardia di Finanza – si è andato delineando un importante cambiamento: sono diminuiti progressivamente i sequestri di carichi illegali destinati al mercato interno, e sono aumentati quelli di passaggio verso altri paesi dell’Unione Europea, soprattutto del nord”. Sono anni in cui il porto di Ancona diviene uno dei maggiori crocevia del contrabbando di sigarette ed è il periodo in cui le organizzazioni criminali iniziano a trovare maggiore convenienza nel vendere i loro carichi nei paesi in cui il prezzo del singolo pacchetto nel mercato regolare è più alto di quello italiano, “come e soprattutto – precisa il colonnello Cuneo – nel Regno Unito”. E proprio il nord Europa è ancora la destinazione finale di quasi tutta la merce sequestrata dalla Finanza di Ancona, come testimonia l’ultima operazione che ha portato il 20 agosto al blocco di un carico proveniente dalla Grecia e destinato al mercato francese. “I nostri uomini – dice il comandante della Guardia di finanza del capoluogo marchigiano – hanno individuato un camion sospetto in mezzo ai 500 che quotidianamente passano per la dogana, il cui rimorchio conteneva oltre 2600 chilogrammi di sigarette illegali, nascosti da merce di copertura accompagnata da regolare bolla”. È questa, spiega il colonnello al VELINO, “un’operazione tipo nell’ambito dello scenario in cui agisce dal 2004 l’organizzazione illegale di commercio di bionde, con l’Italia come paese di transito”. Un’altra recente novità nelle strategie dei contrabbandieri è, come si è accennato, la diversificazione degli approvvigionamenti: non più solo sigarette originali, ma anche contraffatte. La contraffazione è stata una delle risposte delle associazioni criminali all’accordo raggiunto nel 2004 tra l’Unione europea e la Philip Morris International, con cui il maggiore produttore di tabacco al mondo, accusato da Bruxelles, come si legge nel sito della UE, “di aver avuto un ruolo determinante nella direzione, gestione e controllo delle operazioni di contrabbando all’interno della Comunità europea”, mediante “direttive societarie impartite dai massimi livelli dell’azienda”, si impegnava a collaborare con le autorità nella lotta “al contrabbando e alla contraffazione di sigarette”. In cambio la Pmi ottenne la “composizione di tutte le controversie passate relative al contrabbando di sigarette, cioè tutte le azioni legali che la opponevano alla Comunità europea e agli Stati membri”.

Proprio il fatto che l’intesa prevedesse l’obbligo per il produttore di stampare su ogni pacchetto un codice a barre, dando così la possibilità di risalire agli acquirenti delle sigarette illegali sequestrate, ha convinto i contrabbandieri a comprare la merce non solo presso i produttori ufficiali ma anche dai clandestini, operativi soprattutto nell’Asia orientale. A quel punto, commenta il colonnello Cuneo, “visti anche i numerosi sequestri subiti nei porti della costa adriatica, le organizzazioni contrabbandiere hanno affiancato alla diversificazione delle rotte dei traffici illeciti e agli acquisti di merce presso i produttori ufficiali, approvvigionamenti di sigarette contraffatte, realizzate in formati identici alle originali ma di minore qualità”. Un cambio di strategia avvenuto in pochissimo tempo che testimonia le qualità organizzative dei gruppi criminali e la dice lunga sulle difficoltà che di volta in volta deve affrontare chi si adopera per contrastare i traffici clandestini di sigarette. E un cambio che sa anche di beffa poiché, conclude il comandante provinciale della Guardia di finanza di Ancona, “il prezzo di vendita al mercato nero rimane lo stesso pur in presenza dei minori costi di acquisizione del tabacco e questo garantisce alla criminalità organizzata maggiori profitti”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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