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Libro bianco del tabacco

Fumo: “Marketing ingannevole”, giudice Usa multa i produttori

“È un inganno che ha causato sofferenze senza limiti”. Sono le parole con cui il giudice federale americano Gladys Kessler ha fotografato 50 anni di attività del marketing dei cinque maggiori produttori mondiali di tabacco: Altria (alias Philip Morris), British American Tobacco, Brown & Williamson, Lorillard e R. J. Reynolds. Secondo il giudice, usando termini come “leggere, ultraleggere» e naturale”, le multinazionali hanno indotto milioni di fumatori a credere che fosse meno pericoloso per la propria salute fumare sigarette con quelle caratteristiche, “quando invece non c’è alcun dubbio che aspirare tabacco causi gravi malattie spesso mortali”. Inoltre, nei brani di sentenza riportati dal New York Times si legge che ,“nonostante all’interno dei loro uffici gli uomini del marketing avessero riconosciuto ciò, in pubblico gli imputati hanno per decenni negato, distorto e minimizzato i pericoli del fumo”. Di fronte al tono di queste accuse, negli Stati Uniti molti hanno storto il naso quando Kessler non ha comminato alcuna condanna vera e propria, se non quella di imporre ai produttori l’impegno a pubblicare sui loro siti internet, sui pacchetti di sigarette e sulle edizioni domenicali dei maggiori quotidiani nazionali messaggi e spot pubblicitari radio-televisivi di una durata non inferiore ai 15 secondi da cui risulti chiaro che fumare fa male alla salute. In totale le superproduttrici di tabacco dovranno dividersi una spesa di dieci miliardi di dollari (7,8 miliardi di euro), molto meno della richiesta iniziale di una multa da 130 miliardi di dollari. Una cifra che molti analisti reputavano estremamente pericolosa per l’esistenza in vita dell’intero settore del tabacco statunitense. Ma che, seguendo un’altra ottica e viste le accuse del giudice Keller, avrebbe forse contribuito a salvare milioni di vite umane. Dunque, quella che è stata definita “una mera condanna morale per le multinazionali del tabacco” può suonare come una beffa proprio per chi ha visto morire i propri cari per malattie connesse al fumo, se si pensa che, da solo, il gruppo Altria ha fatturato nel 2005 circa 90 miliardi di dollari. Non c’è da meravigliarsi che, alla lettura della sentenza, i vertici delle cinque sorelle abbiano emesso un lungo sospiro di sollievo. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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