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Economia canaglia

Bionde da cartello

Dopo la privatizzazione di Tremonti, due produttori di sigarette si dividono il 90 per cento del mercato italiano: British american tobacco e Philip Morris

di Federico Tulli
«Siamo passati dal monopolio pubblico a quello privato, col risultato che nel mercato del tabacco italiano ancora non si è visto alcun beneficio, se non per gli azionisti delle multinazionali, e riteniamo che si stia pagando un prezzo sociale troppo alto, specie tra i lavoratori». Sintetizza così, il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi, gli effetti della privatizzazione, effettuata nel luglio 2003 dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con la vendita dell’Ente tabacchi italiano (Eti) alla British american tobacco (Bat). «Una privatizzazione per modo di dire – commenta il sottosegretario – visto che non è mai stato avviato un serio processo di liberalizzazione». E gli effetti si vedono tutti. Oggi in Italia due produttori di sigarette si dividono il 90 per cento del mercato: la Bat e il gruppo Altria (alias Philip Morris). Rispettivamente secondo e primo fabbricante di sigarette del pianeta. E, caso ancora più eclatante, l’intero sistema distributivo dei prodotti da fumo ai tabaccai è nelle mani di un unico soggetto, la multinazionale spagnola Logista, proprietaria di Etinera, la società pubblica che per conto dell’Eti gestiva i depositi fiscali di sigarette, dopo averla acquistata da Bat nel 2004. «In pratica – dice Grandi – tre soggetti privati si sono spartiti i settori chiave del tabacco italiano. E i primi due sono i maggiori committenti del terzo. Con logiche conseguenze soprattutto sulla distribuzione che, per via del monopolio di fatto, mette in condizione gli spagnoli di imporre sia i prezzi del servizio che la dismissione di strutture periferiche ritenute improduttive, senza che rivenditori e lavoratori, non più dipendenti pubblici, possano opporre resistenza».
Appare dunque ancora in alto mare la ristrutturazione di un settore che fa dell’Italia l’ottavo mercato mondiale per produzione e vendita, ma, cosa ancor più grave, si avverte il pericolo che il governo possa fare ben poco per tutelare dalle strategie di potenti multinazionali come Logista, Bat e Altria, le migliaia di singoli lavoratori e le piccole realtà imprenditoriali che le subiscono. «L’anomalia del mercato italiano si è acuita perché chi ha privatizzato non aveva mai pensato di affiancare al passaggio ai privati un valido processo di liberalizzazione – spiega il sottosegretario -, per non dire delle problematiche che si presentano ogni volta che si decide di intaccare le posizioni dominanti delle imprese del tabacco». Nel caso di Logista, tutto è reso ancora più difficile dal fatto che è scaduto il 20 luglio scorso il vincolo del contratto con cui è stato privatizzato l’Eti, quindi anche Etinera, comunque poco rispettato se si guarda alle interrogazioni parlamentari in merito, presentate nella scorsa legislatura con cadenza semestrale dall’opposizione. «In caso di variazioni dal punto di vista occupazionale e del numero dei depositi fiscali – precisa Grandi – le decisioni della multinazionale dovevano essere autorizzate dal governo e trovare l’accordo dei soggetti coinvolti, ovvero i lavoratori e gli addetti alla distribuzione». Cosa mai accaduta visto che, in due anni, Logista ha chiuso 270 dei 520 depositi fiscali lasciando per strada da un giorno all’altro i lavoratori di oltre 70 società di gestione della distribuzione di sigarette, guarda caso quelli senza tutela delle associazioni sindacali di categoria, e indennizzando al risparmio tutti gli altri. Ora, a vincolo scaduto, c’è il rischio che l’impresa spagnola si possa ancor più tranquillamente chiamare fuori dalle conseguenze delle sue decisioni, pur se queste creano sconquassi dal punto di vista economico e sociale. «Ogni privatizzazione nata male crea storture di questo livello», chiosa il sottosegretario all’Economia. Eppure, le premesse per il cambio di rotta di un mercato strategico come quello del tabacco italiano c’erano tutte, visto che, come spiegarono i vertici, la Bat considerava l’Italia il trampolino di lancio verso la conquista di una cospicua fetta del mercato europeo, saldamente nelle mani della Philip Morris.
In questa ottica, avere il controllo della rete di distribuzione del paese maggior produttore di Eurolandia, dava alla Bat la possibilità di contrastare lo strapotere dell’avversario storico. E la concorrenza tra le due multinazionali avrebbe potuto garantire un migliore funzionamento del settore tabacchi: dalla produzione alla vendita, passando per la distribuzione. Ma dopo solo un anno, l’Etinera è passata agli spagnoli e l’occasione che il mercato si aggiustasse da solo, frase cara ai liberisti, è sfumata. «Bat ha trasmesso i suoi poteri a Logista con grande rapidità – spiega Grandi -, anche per timore dell’accusa di monopolio». L’ipotesi è che si sia accontentata – per modo di dire, visto che stiamo parlando di circa 30 miliardi di pacchetti fumati ogni anno in Italia – del 38 per cento delle vendite ottenute con l’acquisto di Eti, pur rimanendo lontana dal 53 per cento della Philip Morris. Fatto sta che «Bat – conclude il sottosegretario – ha preferito vendere e ha passato ad altri la palla della distribuzione, ma per il governo il problema non è risolto: bisogna avviare una reale ed efficace liberalizzazione del settore dei tabacchi».
E allora lo scontro con Logista rappresenta il banco di prova per lo Stato deciso ad assumere il ruolo di garante dei passaggi di titolarità di aziende ai grossi gruppi industriali, senza che questo si traduca automaticamente in soprusi nei confronti dei soggetti deboli coinvolti nelle operazioni. «Abbiamo appena cominciato a muoverci per eliminare ogni sorta di posizione dominante – conferma il vicepresidente della Commissione finanze della Camera, Francesco Tolotti -, siamo ancora in fase di studio e, dando anche un’occhiata a quello che accade all’estero, siamo consapevoli che la piena liberalizzazione del mercato del tabacco italiano non sarà una passeggiata, visto che i clienti di Logista, multinazionali del calibro di Philip Morris, Bat, Japan Tobacco International, coprono il 99,5 per cento della produzione mondiale di sigarette». Ma la battaglia non è perduta in partenza, specie se, avverte Tolotti, «il Parlamento sosterrà politicamente la tesi che gli effetti positivi per le imprese derivanti dalla dismissione del patrimonio statale vanno bilanciati dal punto di vista sociale». Solo così la Commissione può fornire al governo gli strumenti per fare continua pressione sulle grandi imprese del tabacco e ridurre gli effetti deleteri delle posizioni dominanti. «È questa la base da cui partire – conclude Tolotti -, ma sia chiaro che noi non abbiamo pregiudiziali e non vogliamo punire nessuno. Però non è neppure legittimo che lo Stato si arresti davanti ai santuari del potere multinazionale».

Left 30/2006

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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