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Società

Quasi quasi mi sbattezzo

Aumenta l’allergia ai continui interventi della Cei. Sono migliaia gli italiani che si cancellano dai registri della Chiesa di Federico Tulli

«Almeno ne ha parlato con i suoi genitori?», mi sento chiedere a quarant’anni suonati, da monsignor Virgilio La Rosa, direttore dell’Ufficio matrimoni del Vicariato di Roma, alla fine delle pratiche burocratiche per “sbattezzarmi”, avviate per curiosità giornalistica, io ateo da sempre, e che trovavo prepotente quella scelta cattolica che avevano fatto i miei genitori – come accade alla stragrande maggioranza degli italiani – quando decisero di battezzarmi a pochi giorni dalla nascita. L’iter del mio sbattezzo comincia dopo aver visto il sito web dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, la Uaar,(www.uaar.it); nel suo comitato di presidenza ci sono anche l’astrofisica Margherita Hack e il matematico Piergiorgio Odifreddi. Dal sito è possibile scaricare velocemente il modulo di richiesta di sbattezzo, riconosciuto dalla Conferenza dei vescovi italiani, da spedire via raccomandata alla parrocchia in cui si è stati battezzati. Poi si viene convocati direttamente dalla Curia. Nel mio caso la lettera di monsignor La Rosa rimandava a «importanti comunicazioni in merito alla sua richiesta di sbattezzo». Fatto è che questa pratica, con cui si viene messi fuori dalla comunità cattolica sta coinvolgendo un numero sempre più grande di italiani. «È impossibile sapere la cifra esatta degli sbattezzati» avverte, però, Giorgio Villella, segretario nazionale della Uaar. «Non è detto che tutti coloro che scaricano il modulo portino fino in fondo la pratica dello sbattezzo – racconta -. Ma è indubitabile che l’interesse delle persone sia in crescita. Basta dire che il numero delle nostre pagine visitate, oltre 300mila, è di poco inferiore a quelle, meno di 500mila, di tutti i siti cattolici italiani in rete. Fino al 2004 erano duecento al mese le persone che scaricavano il modulo Uaar per lo sbattezzo. Ora – sottolinea – la media mensile è di duemila». Di fronte a questi numeri viene da chiedersi quale sia la reazione della Chiesa, abituata a più del 96 per cento di cittadini italiani battezzati. «È capitato spesso – risponde il segretario della Uaar – che i parroci abbiano cestinato le richieste con la motivazione che la Chiesa è un ente indipendente e sovrano e la legge italiana non ne può regolare le materie interne». Uno snodo importante è stato quello della legge sulla privacy che tutela il credo religioso di una persona come “dato sensibile”. Dopo la sua entrata in vigore, nel 1996, il Garante della privacy ha riconosciuto il diritto degli atei di non figurare nell’elenco dei cattolici. La Uaar chiese la distruzione delle pagine dei registri battesimali che contenevano i nomi degli sbattezzati, ma il Vaticano si oppose perché deve sapere se una persona è battezzata o meno, per concedere l’autorizzazione al matrimonio canonico. Il Garante ha riconosciuto valida questa motivazione ma, nel ribadire fondate le ragioni degli atei, ha obbligato il Vaticano a annotare accanto al nome di ogni persona sbattezzata la frase: «Non più aderente alla confessione religiosa denominata Chiesa cattolica apostolica romana». E verrebbe da pensare che in Vaticano abbiano incassato sportivamente la sconfitta a giudicare dal serafico sorriso e dalla pacatezza dei toni che monsignor La Rosa mostra durante il nostro colloquio. Appare meno gradita, invece, la crescita esponenziale del numero degli sbattezzati, forse anche perché ne conoscono la causa. «Dica la verità, è per colpa di un prete?» mi chiede, infatti, con tono confidenziale il Vicario. «Alcuni di noi magari finiscono troppo sui giornali – azzarda -, con le loro dichiarazioni scomode. E alla fine la gente si stufa». Che abbia anche lui qualche dubbio sull’ingerenza da parte del cardinale Ruini nei fatti privati e nelle leggi dello Stato italiano? La Cei l’anno scorso si è particolarmente distinta nella battaglia anti Pacs e nella scorretta campagna di astensione al referendum sulla legge per la fecondazione assistita. «Noi della Uaar la chiamiamo legge sulla procreazione clericalmente assistita. È stata certamente quella l’intromissione che più ha scatenato la ribellione», conferma Villella. «Infatti – aggiunge – dopo la sconfitta del referendum sulla legge 40 abbiamo visto triplicato il numero di iscritti all’associazione, di visite al sito e di semplici lettere di persone che non ne potevano più di sentirsi “sudditi del Vaticano”». «Per fortuna molti ci ripensano», insiste intanto, monsignor La Rosa. E per convincermi mi mostra la pratica di una persona che «è stata riaccolta alla casa del padre». E poi quasi disarmato: «Se mi avesse telefonato – dice – mi sarei preparato. E invece è arrivato in Vicariato così all’improvviso». In realtà sarei anche potuto non andare; sapevo che nel novembre 2003 il Garante della privacy ha stabilito che non è obbligatorio sottoporsi al colloquio per confermare la volontà di sbattezzarsi, ma la curiosità per il tono enfatico della sua lettera di convocazione ha preso il sopravvento. E allora, quasi deluso per la sua debole insistenza a farmi recedere dalla decisione presa, all’ultima domanda del monsignore: «Lei sa quali sono le conseguenze vero?», annuisco e approfitto per salutare. «L’esclusione dai sacramenti – come si legge nel decreto di sbattezzo -, l’esclusione dall’incarico di padrino per battesimo e cresima, la necessità dell’autorizzazione dell’Ordinario per eventuale richiesta di matrimonio canonico e la privazione delle esequie ecclesiastiche in mancanza di segni di pentimento» sono solo effetti di ordine canonico; giuridicamente, da cittadino italiano, non perdo alcun diritto. Ed ecco che, proprio sulla porta, mi sibila dietro «Mi riferisco a quello che succederà nei rapporti con Quello di sopra». Non posso che uscire sorridendo; per la mente mi girano certe parole di Margherita Hack: «Io sono atea, non penso ci voglia un gran coraggio…ai tempi di Galileo forse ci voleva il coraggio…oggi nessuno mi manderà al rogo!».

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Il Garante della privacy in aiuto degli atei
Fu sant’Agostino a imporre, nel V secolo, la trasformazione del sacramento battesimale in un rito destinato ai neonati per liberarli dal loro unico peccato, quello originale. Fino ad allora infatti il battesimo era una sorta di amnistia generalizzata dei peccati commessi, dato che quasi tutti (Agostino compreso) si facevano battezzare in età adulta. Circa otto secoli dopo, con il potere spirituale e temporale della Chiesa minacciato dall’eresia dei Catari e dalle conquiste dei Mori del feroce Saladino, il battesimo assunse un significato politico, di distinzione. Infatti, nel 1215, anno in cui fu istituito il registro battesimale, il Concilio lateranense IV stabilì che «l’identità umana deriva dalla ricezione dei sacramenti e dal riconoscimento del Papa come autorità » e battezzarsi divenne obbligatorio. Ad oggi nulla di nuovo, il registro è lo stesso, l’originale senso di appartenenza anche. L’ultimo catechismo della Chiesa cattolica, firmato da Giovanni Paolo II, precisa che essere battezzati significa divenire «membra di Cristo, incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione». E proseguendo si legge: «il battezzato non appartiene più a se stesso» ma è chiamato «ad essere obbediente e sottomesso ai capi della Chiesa». Condizioni che richiedono, al cittadino di uno Stato laico, quantomeno una piccola riflessione: la sentenza della Corte costituzionale n. 239 del 1984, infatti, ha stabilito che «l’adesione a una qualsiasi comunità religiosa debba essere basata sulla volontà della persona». Nonostante ciò, in Italia oltre il 95 per cento della popolazione viene battezzato senza il suo consenso. E’ interessante allora confrontare questo dato con l’indagine Eurispes sul rapporto degli italiani con la religione cattolica: nel 2005 solo il 30,6 per cento (quasi tutti ultrasessantenni) si dice credente e va in chiesa. Left 09/2006

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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