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Società

Il futuro è loro

Crescono a un ritmo del 40 per cento annuo le iscrizioni di alunni figli di immigrati. Nelle scuole primarie uno scolaro su tre è straniero. Entro il 2030 saranno 8,5 milioni i migranti residenti in Italia. La fotografia di una realtà socio-culturale che solo una politica miope fa ancora fatica a inquadrare, scattata dal Rapporto Ismu sull’immigrazione

Federico Tulli

Lungo tutto il 2011, nei Paesi europei più interessati dal fenomeno dei flussi migratori il dibattito pubblico sul multiculturalismo ha spesso occupato le prime pagine dei giornali. Fino a quando leader influenti del calibro di Angela Merkel e David Cameron, hanno dovuto dichiarare il melting pot culturale un’esperienza conclusa, forse fallita. Questa tesi è rilanciata da Vincenzo Cesareo nel saggio introduttivo al  XVII Rapporto sulle migrazioni redatto dalla Fondazione Ismu-Iniziative e studi sulla multietnicità, che scrive: «Il dibattito sul multiculturalismo e sui rischi a esso collegati, come per esempio quello di esasperare le differenze o di privilegiare alcuni gruppi rispetto ad altri, inducono […] ad assumere un atteggiamento problematico nei suoi confronti. Di qui la ricerca di nuove prospettive come quella dell’interculturalismo». Si è quindi entrati nel campo del dialogo «tra le differenti culture con la conseguente apertura nei confronti di ognuna di esse e un’attenzione alla dinamicità delle trasformazioni culturali». Questo altrove. E qui da noi? Sebbene l’Italia sia anch’essa terra d’approdo, si può dire che nemmeno il dibattito sul multiculturalismo sia mai cominciato. Negli anni in cui Monica Ali pubblicava Brick Lane raccontando la cruda realtà della comunità bangladese “trapiantata” nell’East end londinese, oppure Fatih Akin vinceva l’Orso d’Oro a Berlino con La sposa turca, nel nostro Paese la scellerata legge Bossi-Fini sull’immigrazione e la scarsa sensibilità dei partiti di sinistra nei confronti di queste tematiche mettevano una pietra tombale sulla possibilità di sviluppare una dialettica socio-culturale con gli “altri” e “tra” gli “altri”. Fortunatamente c’è chi di fronte a questi scenari non si è scoraggiato. Chi attraversa deserti riarsi e mari in tempesta con il “solo” obiettivo di farsi una vita, di realizzare un’identità sociale altrove preclusa, evidentemente ha una forza interiore che consente di resistere alla cinica perversione di cui grondano i divieti imposti da norme reazionarie. Almeno così pare guardando i numeri del XVII Rapporto sulle migrazioni. Ecco brevemente i dati più significativi. Il Rapporto analizza in tutti i suoi aspetti (lavoro, sanità, istruzione, ecc.) il fenomeno dell’immigrazione, alla luce degli eventi che hanno caratterizzato il 2011, anno della “Primavera araba”, e anno in cui la crisi economica ha colpito soprattutto le fasce deboli della popolazione, tra cui appunto i migranti. Ebbene, se da un lato la crisi ha rallentato gli ingressi (solo 70mila in più rispetto all’anno precedente), dall’altro ha evidenziato la capacità di adattamento dei “nuovi” cittadini alle situazioni avverse. Tra il 2010 e il 2011 la forza lavoro immigrata è cresciuta di quasi 276mila unità (275.895) con un incremento del 14 per cento. Nello stesso periodo gli italiani hanno perso 160 mila posti di lavoro (-0,8 per cento). Imprescindibili per la tenuta economica dell’Italia in questa particolare congiuntura, i migranti hanno il futuro dalla loro. Basti pensare che sono oltre 700mila gli alunni con cittadinanza non italiana (+37 per cento rispetto al 2009/2010), quasi l’8 per cento della popolazione scolastica, con picchi di oltre il 30 per cento nella scuola primaria. Insomma se il dialogo tra culture “diverse” non avrà input dalla asfittica società “italiana”, questo presto si diffonderà sulla spinta dei diretti interessati. Nonostante le polpette avvelenate disseminate dalla Lega Nord et similia. Se non altro per una questione di numeri. Nel 2030, secondo una stima dell’Ismu, gli stranieri residenti saranno quasi 8 milioni e mezzo – oggi sono 5,4 milioni -, e aumenteranno le acquisizioni di cittadinanza passando dalle 50-60mila attuali a 220mila annue. Non ci resta che attendere.

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About Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Autore di numerose inchieste sul mercato dei farmaci, sui fondi pubblici alla ricerca scientifica, sulla tratta delle schiave del terzo millennio, per citarne alcune, negli ultimi anni ha dedicato particolare attenzione ai temi della bioetica e alla invadenza della Chiesta cattolica nella scienza e nei diritti civili dei cittadini. Collaboratore del settimanale Avvenimenti e di Left che ne ha raccolto e rinnovato l’eredità, è redattore del quotidiano Terra dove cura la pagina culturale. A ottobre 2010,per L'Asino d'oro edizioni, ha pubblicato il suo primo libro dal titolo "Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro".

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Nel libro l'autore ricostruisce la storia delle violenze sui bambini, che a partire dalla Grecia di Platone e Aristotele attraversano "indisturbate" 25 secoli. Indaga inoltre la matrice culturale di un crimine, quello compiuto da preti pedofili, che solo negli ultimi 70 anni ha provocato decine di migliaia di vittime in tutto il mondo. Il saggio si conclude con una serie di interviste a storici, scrittori, giornalisti, politici e psichiatri che approfondiscono da esperti i passaggi chiave dell'inchiesta giornalistica. La prefazione è dello storico Adriano Prosperi

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