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Vaticano

Il finanziere di Dio

Giovanni Paolo II nel giorno della canonizzazione di Jose Maria Escrivà de Balaguer, fondatore dell'Opus Dei

Dentro i misteri dell’Opus Dei. Un libro inchiesta, scritto a quattro mani per Feltrinelli da Angelo Mincuzzi e Giuseppe Oddo, ricostruisce la fitta trama di rapporti d’affari e di fede che ruotavano intorno a Gianmario Roveraro, soprannumerario dell’Opera ucciso nel 2006

Federico Tulli

Nell’afosa estate del 2006 un cadavere smembrato in sette pezzi viene ritrovato in un casolare dalle parti di Parma. Sembrerebbe solo l’esito cruento di un fatto di cronaca nera, ma non è così. La vittima è Gianmario Roveraro, un noto finanziere e soprannumerario dell’Opus Dei che quattro anni prima si era imbarcato in una operazione finanziaria internazionale. Il suo feroce assassino, Filippo Botteri, è anche il suo socio: arrestato e processato, verrà condannato all’ergastolo con i due complici. In principio sembra tutto chiaro. L’affare, che ha coinvolto istituti bancari e società fantasma in Inghilterra e Austria, non va in porto e Botteri, ritenendo di essere stato truffato, si vendica uccidendo Roveraro. Per quasi 20 anni il finanziere era stato considerato l’antagonista cattolico di Enrico Cuccia, eminenza grigia di Mediobanca. La sua morte provoca subito molto scalpore, poi tutto passa in sordina. Processo incluso. La sentenza lascia irrisolti inquietanti interrogativi sulla natura del business che Roveraro stava conducendo. Si sa solo che era entrato in affari con pregiudicati ma non si sa con precisione il perché. La tesi più convincente sostiene che il finanziere voleva distribuire i guadagni milionari dell’operazione tra alcune strutture legate all’Opus Dei. In prelatura la definiscono “beneficenza”. Parte da qui, dai risultati dell’inchiesta giudiziaria, l’indagine di Angelo Mincuzzi e Giuseppe Oddo elaborata in Opus dei, il segreto dei soldi (Feltrinelli). Ripercorrendo la vita di Roveraro e i suoi rapporti d’affari e incrinando il muro di omertà che cela i meccanismi di reclutamento e finanziamento dell’Opera, per la prima volta i due giornalisti riescono a mettere a fuoco la galassia opaca di società controllate e gestite da uomini della prelatura della Santa croce.

L’Opus Dei è una macchina che aspira denaro. Scrivono gli autori: «Nel 2006 il settimanale Times ne ha stimato il patrimonio intorno ai tre miliardi di dollari. L’organizzazione punta a dare, sempre e in ogni circostanza, il meglio di sé: le residenze più comode, le scuole più avanzate, le università più prestigiose, gli ospedali più all’avanguardia, le sedi più avvenieristiche, come quella sulla Lexington Avenue di New York, dove l’Opera occupa diciassette piani di un lussuoso grattacielo. E tutto questo è ricoperto sia dai suoi militanti, sia da donazioni di cooperatori e simpatizzanti».
Nella visione del fondatore Josè Maria Escrivà la pecunia non è affatto “lo sterco del diavolo” ma la benzina dell’Opera. E non importa da dove provenga. Ecco un esempio. Negli anni 80 il Centro Elis che fa capo alla Prelatura incassa gran parte di «un versamento di 3,3 miliardi di lire che il presidente dell’Italstat (Gruppo Iri, ndr), Ettore Bernabei, cooperatore dell’Opus Dei, elargisce ad alcuni centri impegnati nel sociale». Come si scoprirà in seguito quei soldi sono stati prelevati «da un fondo nero di centinaia di miliardi di lire costituito da due società dell’Italstat» per pagare mazzette a politici e imprenditori e ambienti cattolico-democratici.

Ma torniamo a Roveraro. L’inchiesta evidenzia la fitta trama di rapporti d’affari e di “fede” che ruotano intorno alla sua figura, tutti caratterizzati dalla massima segretezza. Tanto che c’è chi ipotizza legami tra Opus Dei e la massoneria, cosa che Roveraro almeno a parole considerava una iattura. Ma ad avvalorare l’idea dell’esistenza di una sorta di “P Dei” cattolica c’è un documento firmato da centinaia di fuoriusciti, indirizzato al Vaticano, che in un passo denunciano: la Prelatura «è viziata alla radice da metodi illegali, immorali e non trasparenti per l’autorità della Chiesa e nemmeno per la maggioranza dei propri sudditi». Dunque, qual è la “verità” di questo omicidio? Come in un giallo, la chiave del rebus si trova alla fine del libro. E, scrivono Mincuzzi e Oddo citando il finale del film di Francesco Rosi, Cadaveri eccellenti, «la verità non è sempre rivoluzionaria».

Left 50-51/2011

About Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Autore di numerose inchieste sui mercati dei farmaci e del tabacco, sui finanziamenti pubblici alla ricerca scientifica, sulla tratta delle schiave del terzo millennio, sui "rapporti" e gli interessi che legano Stato e Chiesa cattolica solo per citarne alcune. Collaboratore del settimanale Avvenimenti e di Left che ne ha raccolto e rinnovato l’eredità, ha lavorato con diverse testate giornalistiche, tra cui l’agenzia stampa Il Velino, il mensile della cooperazione Ilaria e il quotidiano ecologista Terra. A ottobre 2010,per L'Asino d'oro edizioni, ha pubblicato il suo primo libro dal titolo "Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro".

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“Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (L’Asino d’oro) in tutte le librerie e bookstore online

Nel libro l'autore ricostruisce la storia delle violenze sui bambini, che a partire dalla Grecia di Platone e Aristotele attraversano "indisturbate" 25 secoli. Indaga inoltre la matrice culturale di un crimine, quello compiuto da preti pedofili, che solo negli ultimi 70 anni ha provocato decine di migliaia di vittime in tutto il mondo. Il saggio si conclude con una serie di interviste a storici, scrittori, giornalisti, politici e psichiatri che approfondiscono da esperti i passaggi chiave dell'inchiesta giornalistica. La prefazione è dello storico Adriano Prosperi

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