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Biotecnologie

Antonio Pascale: Ogm, la fregatura non è nel piatto

maisbt«È falso che il cibo biotech sia dannoso per l’uomo». L’autore di Scienza e sentimento denuncia i luoghi comuni che favoriscono il potere delle multinazionali di Federico Tulli

«È un falso mito quello delle biotecnologie applicate all’agricoltura responsabili della scomparsa del “buon cibo di una volta”, ancor più lo è quello degli organismi geneticamente modificati pericolosi per la salute umana». Antonio Pascale, agronomo e autore del prezioso saggio Scienza e sentimento (Einaudi), è un appassionato fautore della necessità di fare chiarezza sulla presunta tossicità degli Ogm, dato che questa ipotesi è alla base del divieto di sperimentazione in campo aperto che in Italia blocca la ricerca biotech in agricoltura.
Dottor Pascale, su che basi lei sostiene che gli Ogm non siano dannosi per l’uomo?
Mi riferisco in particolare alle varietà di mais, soia e cotone biotech più diffuse al mondo, vale a dire le Bt. Che si chiamano così perché nel loro corredo genetico è stato introiettato il Bacillus thuringiensis, un batterio che produce una tossina letale per i lepidotteri, i coleotteri e una parte di ditteri, ma innocua per gli esseri umani.
Ci spieghi meglio…
Il batterio che produce questa tossina è il più analizzato al mondo. Migliaia di studi dicono che non può far male all’uomo. E il motivo è semplice: il Bt si attiva in ambiente alcalino e ha bisogno di un recettore che sta nei villi intestinali. Il nostro stomaco è acido e lo respinge. Mentre l’apparato digerente degli insetti è alcalino, e quindi lo assorbe decretando la loro morte. C’è poi un altro punto a favore del Bt…
Vale a dire?
Premesso che è un composto usato negli insetticidi per l’agricoltura biologica da oltre 30 anni, cosa che da sola dovrebbe zittire i suoi più acerrimi nemici, l’inserimento di quel gene in una pianta comporta inevitabilmente un minor uso della chimica disinfestante.
E allora perché gli agricoltori sono così ostili alle biotecnologie?
È un mistero che si potrebbe spiegare con l’interesse economico a sviluppare un tipo di agricoltura piuttosto che un’altra.
Minori costi dice, ma come la mettiamo con quello del brevetto che l’azienda produttrice dei semi biotech fa ricadere pesantemente sull’agricoltore?
Il discorso è complesso. È innegabile che ci siano dei costi “supplementari” per via dei diritti di proprietà, ma la colpa di questa situazione è di chi demonizza il biotech agli occhi della società civile, poiché così facendo ha stroncato qualsiasi possibilità per la ricerca pubblica di fare concorrenza alle equipe scientifiche sovvenzionate dalle multinazionali. Il caso del nostro Paese è emblematico. A metà anni 80 la sperimentazione della tecnica del Dna ricombinante avveniva solo negli istituti di ricerca pubblici. Grazie alla ricerca universitaria sono state ricavate tante colture ottime e gli scienziari non si curavano certo dell’esistenza della Monsanto.
E poi cosa è successo?flickr2
La sperimentazione è stata vietata e le multinazionali hanno sfruttato la paura ingiustificata del transgenico che gli anti-Ogm hanno fatto venire alle persone.
Come l’hanno sfruttata?
Creare una coltura Ogm costa pochissimo. Chiunque potrebbe farlo acquistando l’attrezzatura con poche migliaia di euro. Il problema è il “dopo”. Per passare i controlli di sicurezza e mettere il prodotto transgenico sul mercato si spendono dai 20 ai 50 mln di dollari. Controlli che “grazie” alle campagne ostili che creano consumatori atterriti sono così approfonditi (e sicuri) che non si fanno per nessun altro “frutto” della terra, ma che comportano un costo che si possono permettere solo le grandi corporation. Le quali non battono ciglio. Perché sanno bene di poter così fare il prezzo che vogliono e spartire in poche fette l’immensa torta dei guadagni. Tutto ciò in fin dei conti è insensato perché il biochimico della multinazionale modifica solamente un gene. Mentre, per dire, l’agronomo che incrocia due varietà ne modifica a iosa. In questo caso basta iscrivere la nuova coltura al registro varietale pagando poche centinaia di euro, ed eccoci al mercato. Dove nessuno si preoccuperà se quella pannocchia è tossica o no. Left 07/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collaboratore di numerosi periodici tra cui Left-Avvenimenti e Sette del Corriere della Sera, si occupa prevalentemente di temi scientifici, bioetica, laicità e diritti civili. Sul web ha ideato e cura il magazine Babylon Post, collabora con Globalist, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ed è condirettore del quotidiano Cronache Laiche. Firma da anni un blog, Chiesa e pedofilia, dedicato alle notizie, alle inchieste e agli approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Nel 2010, per L’Asino d’oro edizioni, ha pubblicato il libro “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”. Nel 2012 è uscito “I Laic” (Tempesta editore), redatto con i colleghi di Cronache Laiche.

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